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Il bias che verrà

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Il Bias che verrà: un esperimento sicuramente sbagliato.

 

Caro amico, ti scrivo così mi distraggo un po’
E siccome sei molto lontano più forte ti scriverò.
Da quando sei partito c’è una grossa novità,
L’anno vecchio è finito ormai
Ma qualcosa ancora qui non va.

Si esce poco la sera compreso quando è festa
E c’è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra,
E si sta senza parlare per intere settimane,
E a quelli che hanno niente da dire
Del tempo ne rimane…       (Lucio Dalla – 1978)

 

Attuale questa canzone, eh?
E se il caro amico a cui scrivere fosse Robert Cialdini?

Le ispirazioni arrivano quando meno te lo aspetti. Siamo a discutere di un progetto, di autori, di persone, di branding…poi mi viene una canzone, gli occhi si illuminano, parte la risata e l’idea matta: perché no, scriviamogli una lettera!

…Partendo proprio dal testo del capolavoro del mio amato Dalla, Dario ed io ci siamo interrogati su come la pandemia abbia contribuito a creare uno scenario incerto, dove si può assistere ad atteggiamenti inaspettati e irrazionali. Alla loro base ci sono quelli che Cialdini chiama bias cognitivi, forze invisibili che influiscono sulla scelta inconsapevolmente. Un vero e proprio tsunami in grado di disorientare individui, brand, aziende e governi, cambiando la quotidianità in emergenza.

 

Caro Robert,

Ti scriviamo per sapere la tua.
Sembra che la pandemia tutte le feste abbia portato via.
Stiamo in casa da giorni, lavorando come se non ci fosse un domani da festeggiare: un dì di festa per dirla con il nostro poeta Leopardi, un giorno di gioia e spensieratezza che ci faccia tornare nuovi davvero.
Nell’attesa, vicina distanza della normalità, abbiamo provato a buttare giù qualche idea su ciò che vediamo.
Nietzsche diceva che non si può vedere la forza, ma l’effetto della forza: i bias, gli stimoli alla fluidità cognitiva, sono difficili da distinguere! Tu ci hai messo vent’anni a individuarne sei con grande attenzione, per questo, potresti trovare quelli che seguono da raffinare.
Nell’attesa di un tuo libro, proviamo a scrivere qui cosa abbiamo notato in azione.

 

Bias della distorsione temporale

Il tempo è sospeso. Imperversa la noia.
“Cosa fatta capo ha”, altrimenti la noia si mangia tutta la creatività.

In questo tempo sospeso, la noia è diventata, per molti di noi, compagna di vita. Lo smart working forzato che doveva rendere il nostro tempo flessibile ed aiutarci a rallentare quei ritmi frenetici a cui eravamo abituati, ha invece indotto a togliere i confini tra la vita privata e quella lavorativa, scandita, ormai, a colpi di webinar, calendari digitali e riunioni. Passiamo ore davanti al pc, in quell’angolo di casa dove abbiamo ricreato l’ufficio.

E il nostro cervello che fa? Cerca la via di fuga!

La notifica sul nostro smartphone, il giochino di nostro figlio lasciato sulla scrivania, il tram che passa e va, via discorrendo. Tanto c’è tempo. Poi, contrariamente a quello che pensi, accade che il tempo scorre ed invece di tenerti ben stretto il tuo obiettivo, segui la tendenza a intraprendere nuove attività, tanto per svagarti. Bel problema questo. Anche se può sembrarti liberatorio è altamente improduttivo. Tanti sembrano averlo capito e sfruttano questa voglia di riscatto: ti sfidano col bias del tempo sospeso a far vedere che il tempo ti rende, a dimostrare a te stesso/a che produci qualità e valore attraverso ciò che ti propongono.

A te è successo?

Forse l’atteggiamento contrario è quello di accogliere la noia! Il cervello potrebbe esserne grato. Si potrebbe iniziare eliminando le notifiche dello smartphone per poi impegnarsi a rendere meno noiosa la quotidianità, e perché no, più piacevole. Magari mettendo una buona musica in sottofondo o cambiando stanza per lavorare.

Che ne dici, per te esiste il bias della distorsione temporale?

Esca: “c’è tutto il tempo che vuoi per fare le cose”
Blocco: evitare la noia con distrazioni inutili.

Comportamento: attivazione, esecuzione della prima attività emergente proposta dall’altro.
Tornaconto inconscio: superare il pensiero di sentirsi improduttivo/a.

Contromossa: trasformare la noia in creatività.

Bias della contaminazione

Siamo tappati in casa. C’è paura del contagio di idee.
La comfort zone ruba terreno alla libertà di espressione.

Fake news: quante ne abbiamo lette e quante ripostate in questi mesi strani!
Per pigrizia di approfondimento, più che altro, alimentando inconsapevolmente quella sensazione di pericolo sproporzionato che può farci sentire sopraffatti.

Soggiogati dalla chimica della paura diventiamo più fragili, perdiamo sicurezza e ci chiudiamo in noi stessi.  Il timore del contagio fa prevalere il nostro egoismo e la necessità di aggrapparci a una qualche certezza.

Un vero e proprio sabotaggio interiore, non trovi?

Questa diffidenza da una parte può far scegliere il noto, il già provato, dall’altra ce ne mette in guardia: chi vuol sopravvivere deve mutare, è la legge della natura ad imporlo da migliaia di anni.

Chi venisse a proporre scelte nuove ponendoci di fronte alla falsa sicurezza del vecchio potrebbe perciò trovarci favorevoli. Il blocco da superare potrebbe essere la paura del confronto con l’incertezza del nuovo, mentre il comportamento messo in atto, un salto a capo fitto in ciò che sembra differente dal consueto, giusto o sbagliato che sia. La conseguenza è una chiusura da qualsiasi punto di vista: c’è sfiducia nell’aria!

Proprio ora invece dovremmo allenarci ad aver fiducia negli altri, fino a prova contraria. Sebbene riconosciamo possa essere utile allenarsi a schivare i pericoli amiamo ricordare che, in realtà, non viviamo in un campo di battaglia. Fiducia è credere nelle idee altrui, così come lo è condividere le proprie aprendosi al confronto.

In questi termini esso costituisce il biglietto d’ingresso alla sperimentazione che a sua volta rappresenta il passaggio cruciale per poter allargare, e non abbandonare, la zona di comfort.
Sperimentare significa allenarsi ad abbracciare il cambiamento: finché non apriamo le braccia fidandoci l’uno dell’altro di lettere come questa, non se ne possono scrivere.

Allora, per te esiste il bias della contaminazione?

Esca: “chi fa col cervello degli altri può friggersi il suo”.
Blocco: avere paura del confronto.

Comportamento: Scelta della prima alternativa differente dal “solito” proposta.
Tornaconto inconscio: dimostrare a se stesso di avere scelte e quindi di essere vivo.

Contromossa: dimostrare fiducia nel prossimo condividendo per sperimentare insieme.

Bias dell’autostima

Siamo controllati: App, telefoni, emails ecc. Quando lo si scopre scatta qualcosa.
L’esposizione al 👍 è impietosa e aumenta il giudizio verso gli altri e se stessi.

Apparire somiglia un po’ al bisogno di fama, non trovi? Siamo tutti un po’ narcisisti e, mai come in questo momento, i social rappresentano il palcoscenico perfetto sul quale mettere in scena lo spettacolo. Eppure, non staremo esagerando con così tanta insistenza in un mondo, quello digitale, per il quale l’apparenza è un aspetto fondamentale?

Probabilmente apparire potrebbe essere la risposta allo stato di solitudine, insicurezza e mancanza di fiducia in noi stessi e verso lo scenario che si è venuto a creare. Nel momento in cui sentiamo vacillare la certezza del nostro valore, inizia la ricerca di consenso attraverso la condivisione.

Condividiamo non solo notizie legate alla nostra professione ma anche particolari della nostra vita privata, a volte scontati e monotoni, per colmare quel bisogno di conferma sulle nostre qualità, ma soprattutto sulla possibilità di esporci al massimo delle nostre capacità per piacere ed essere protagonisti a tutti i costi. Molti si sentono in dovere di saper fare esattamente la cosa che fa l’altro. Anzi, di provare a farla meglio: innovare passando dalla spasmodica ricerca di conferme, sembrerebbe. Bollini, attestati e raccomandazioni sono altamente graditi quando qualcuno ci invita a moderare il giudizio, della serie “chi di pollicione ferisce, di pollicione perisce”. Ma intanto il tempo incalza e dobbiamo postare qualcosa.

Come fare a differenziarsi rimanendo se stessi?
Forse ci si potrebbe limitare a migliorare esagerando il meno possibile?

Poi finalmente arriva la sera e nel momento in cui chiudiamo il pc e stacchiamo il telefono realizziamo che qualcosa non funziona. Stiamo rischiando di modificare la cosa a cui dovremmo tenere di più: la nostra identità.

Il fatto è che il cambiamento non è qualcosa che altri possono darci ma è qualcosa che appartiene alle nostre capacità. E non è tanto meno ricercabile in certificazioni o bollini. Riportare l’attenzione al nostro io, alle nostre emozioni e valori ci aiuta a scegliere cosa può essere fatto a partire da noi in modo attivo, togliendo il giudizio da quello che percepiamo di non riuscire a fare e dando valore all’azione che compiamo. Perché lo spettacolo, quello vero, è là fuori e questo potrebbe essere il momento giusto per far emergere i propri tratti distintivi.

Per te esiste il bias dell’autostima?

Esca: “sappiamo entrambi che la tua immagine è apparenza”; “basta essere giudicanti, bisogna abbassare l’ego”
Blocco: perdita di identità

Comportamento: Spinta a differenziarsi acquistando prodotti servizi che esasperino le proprie caratteristiche di fatto omologando. Ricerca di pareri autorevoli, certificazioni, bollini di qualità.
Tornaconto inconscio: Indossare la maschera più comoda.

Contromossa: riattribuire il potere ai propri sensi nel sostenere il processo decisionale

Bias del senso

Con la perdita dei gusti e dei sapori, magari per il covid, tutto non ha più un solo senso, ma diventa multisenso.
Da mesi, attraverso ogni media e a qualunque ora del giorno e della notte ci è stata ripetuta la frase “Stai a casa”. A questo mantra si è unito l’invito a indossare la mascherina, lavarsi le mani, stare lontani l’uno dall’altro, mantenere le distanze di sicurezza. Non abbracciarsi nemmeno coi cari.

Come spesso accade, i cambiamenti arrivano, coinvolgono e travolgono senza che ci sia il tempo di rendersene conto. Un bel giorno sei lì e realizzi che il caffè odora di bruciato, la carne sa di petrolio ed il vino di mele marce. Ciò che prima era buono, ti sembra avere un odore sgradevole e così l’atto stesso di gustare perde senso.

Gusto appunto, olfatto, udito, vista e tatto, i tuoi 5 sensi, capaci di generare emozioni e stabilire ricordi, quanto possono influire per prendere decisioni innovative?

Le video call mancano di profondità e gli odori… sono quelli di un contesto troppo familiare per essere vero!
Nelle telefonate, c’è il tono di voce da cui ricavare indizi vitali, ma manca la vista e quanto meno la gestualità a comprovare la veridicità delle parole.
Pensa ad esempio alla vista che svolge un ruolo fondamentale nel determinare le scelte. “L’abito non fa il monaco”… “l’apparenza inganna”: due detti famosi che fanno però riflettere su quanta influenza abbia questo senso.

Per cui, quando manca un senso, qualcuno può spingerci a dare per buono il suo.
…Magari proprio acuendo la mancanza di punti di riferimento.

Ma forse anche qui può esserci una contromossa: allenare i sensi attraverso l’esperienza aumentata del qui e ora. Lo si fa concentrandosi su almeno due fonti sonore, due punti visivi, due punti tattili e un odore di fondo.
Inoltre, potremmo accompagnare con le parole l’interlocutore, descrivendo possibilmente ciò che non è percepibile a distanza e chiedendo a sua volta di fare lo stesso…un po’ di metacomunicazione mista a feedback forse è quello che ci vuole per ritrovare senso in ciò che si fa, che ne dici?

 

Per te esiste il bias del senso?

Esca: “questa cosa non ha senso”
Blocco: confusione

Comportamento: Si prova a dare un senso. Non trovandolo ci si affida all’interlocutore.
Tornaconto inconscio: demandare agli altri la responsabilità.

Contromossa: acuire i sensi conferendogli potere nella decisione.

 

Vedi amico mio come diventa importante
Che in questo istante ci sia anch’io.
L’anno che sta arrivando tra un anno passerà
Io mi sto preparando
è questa la novità.

 

 

Tuoi Valentina Gherardi e Dario Ramerini

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