Personal branding e narcisismo: perché l’egocentrismo non è una novità

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L’egocentrismo non è una novità; è solo diventato più difficile da ignorare. Anche nel personal branding, spesso si confonde la costruzione di una reputazione con il semplice parlare di sé.

Sì, il digitale ha donato una bella cassa di risonanza al nostro ego. I social media ci incoraggiano a mostrare solo i nostri successi. Gli algoritmi ci danno sempre ragione e confermano quello che già pensiamo. È un ambiente progettato attorno all’io… e fin qui, niente di nuovo.

Prima che mi diciate “ma fare personal branding significa parlare di sé, e parlare di sé significa essere autoreferenziali”, vi interrompo subito.

Personal branding non è autocelebrazione. Anzi, quella è meglio farla il meno possibile.

È un equivoco che comprendo. LinkedIn, ma come tante altre piattaforme in circolazione, è ricchissimo di post dove “io” compare ogni tre righe, dove ogni contenuto ruota intorno a chi scrive senza mai uscire da lì. Quello però non è costruirsi una reputazione, è solo aprire un account e scrivere di sé senza chiedersi il perché.

Il sociologo americano Christopher Lasch, nel suo libro “La cultura del narcisismo“, evidenzia tra i risultati della cultura individualistica digitale comportamenti come l’insensibilità, l’incapacità di rispettare le esigenze e i diritti degli altri, e la mancanza di attenzione per il contesto e le questioni sociali.

Udite udite, il PB funziona esattamente al contrario.

Ti obbliga letteralmente a uscire da te. A capire come il tuo punto di vista si relaziona con chi legge, con il settore in cui operi, con il momento in cui comunichi. Ti chiede di fare una cosa che il digitale tende a scoraggiare, decentrarti.

Impari a guardare la tua storia senza compiacenza. E impari a scegliere cosa presidiare non perché piace a te, ma perché è rilevante per chi ti deve riconoscere come riferimento.

Chi confonde i due piani di solito ha visto solo la versione mal interpretata. Quella dove il racconto di sé è diventato un monologo senza interlocutore.

Quanto scrivi di te conta meno di quanto riesci a considerare chi sta dall’altra parte.

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