Nel 1987, Jerry Suls e Choi K. Wan pubblicarono uno studio sul Journal of Personality and Social Psychology intitolato “In search of the false-uniqueness phenomenon“. Le persone con tratti che consideravano positivi (come avere poca paura) tendevano a sottostimare quanti altri condividessero la stessa caratteristica. Si credevano più rare di quanto fossero.
Lo chiamarono effetto di falsa unicità.
Quasi quarant’anni dopo, basta aprire qualsiasi social per vederlo in azione.
Approccio umano, visione strategica, orientamento ai risultati. Frasi che compaiono su migliaia di profili, scritte da persone convinte di star descrivendo qualcosa di proprio. Probabilmente quelle qualità ci sono davvero ma quelle stesse parole le usa anche chi siede dall’altra parte del tavolo.
Una qualità reale, raccontata con un’etichetta generica, diventa invisibile per il nostro cervello che smette di registrare ciò che incontra ovunque. È lo stesso meccanismo per cui non sentiamo più il nostro profumo preferito, ci siamo dentro da troppo tempo.
Quando chiedo ad un professionista di raccontarmi cosa lo distingue, la risposta arriva quasi sempre già confezionata. “Ho un approccio molto pratico.” “Metto sempre al centro la relazione con il cliente.” Frasi uscite senza sforzo proprio perché dette molte volte, rafforzate da ogni presentazione, colloquio e occasione in cui qualcuno ha chiesto chi sei e cosa fai. Col tempo diventano identità.
Le cose davvero distintive, di solito, restano fuori dalla conversazione. Vengono ignorate e scambiate per normalità. C’è chi sa leggere una stanza prima ancora che la riunione inizi. Chi riesce a tenere insieme interlocutori con agende opposte senza che nessuno se ne accorga. Chi ha imparato quando parlare e quando tacere.
Niente di tutto questo finisce in un profilo, perché chi lo possiede lo considera ovvio, e ciò che è ovvio non si racconta.
Suls e Wan avevano identificato qualcosa di preciso; l’effetto di falsa unicità agisce proprio sui tratti desiderabili, quelli che vorremmo comunicare. Sui tratti positivi l’autostima è più coinvolta, e quando l’autostima è coinvolta la lucidità tende a cedere.
Si finisce per proteggere le etichette sicure, validate e accettate. Nell’ombra resta tutto ciò che richiederebbe uno sforzo di traduzione: trasformare un’esperienza quasi intraducibile, in qualcosa che un altro possa capire e riconoscere.
Un lavoro che la vicinanza a sé stessi spesso non concede.
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