Punti di forza trattati come dettagli, debolezze spacciate per virtù.

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Chi sa poco di qualcosa tende a sopravvalutarsi. Chi sa molto tende a sottovalutarsi. I meno competenti non hanno gli strumenti per riconoscere i propri limiti. I più competenti danno per scontato che ciò che sanno fare sia normale, alla portata di tutti. Gli psicologi lo chiamano effetto Dunning-Kruger, ma il nome conta poco.

Conta il meccanismo. Spiega perché sui social abbondano gli esperti improvvisati, perché nelle riunioni parla sempre chi ha meno da dire, perché le persone più capaci spesso restano in silenzio.

Ma non è solo una questione di competenza. C’entrano l’ego, le ferite, quello che ci hanno insegnato a mostrare e a nascondere.

Lavoro con professionisti ormai da diversi anni. Li ascolto raccontarsi, scegliere cosa mettere in evidenza e cosa tenere nell’ombra. E una cosa, in particolare, la vedo spesso: punti di forza trattati come dettagli, debolezze spacciate per virtù.

Ricordo in particolare un professionista che mi mostra il suo curriculum. Due intere pagine di certificazioni, master, corsi, attestati, sigle, acronimi. Un elenco così lungo che smetto di leggerlo a metà. Lui ne va fiero; è convinto che quella sequenza infinita sia la prova del suo valore.

Quello che vedo io è l’incapacità di scegliere cosa mostrare. L’insicurezza di chi accumula titoli sperando che la quantità compensi qualcosa.

Qualche settimana dopo, un’altra conversazione; una professionista dalla rara competenza ed umanità. A un certo punto mi dice: “Ah sì, ho scritto due libri; li ho pubblicati con Mondadori. Devo dirlo?”

Devo dirlo.

Oltre alle due pubblicazioni con un editore nazionale, trattate come una nota a piè di pagina, c’era anche un dottorato menzionato appena. Competenze date per scontate, mentre tutta la sua attenzione era su delle (presunte) lacune da colmare.

Da dove viene questa distorsione? Forse da un’educazione che ci ha insegnato che parlare bene di sé è presunzione. Forse dalla paura che se ci esponiamo troppo, qualcuno verrà a smontarci. Forse da una cultura che premia l’umiltà di facciata e punisce chi osa dire: questo lo so fare, e lo so fare bene.

Poi c’è il meccanismo opposto. C’è chi trasforma la rigidità in attenzione ai dettagli. Chi crede che l’incapacità di delegare sia senso di responsabilità. O chi confonde la difficoltà a dire no con disponibilità. Lacune evidenti raccontate come medaglie. Perché ammettere un limite fa paura e affrontarlo richiede un’onestà che non tutti hanno.

Ma fa altrettanto paura smettere di trattare i successi come colpi di fortuna. Quel progetto andato bene non è stato un caso. Quel cliente che torna da dieci anni non torna per simpatia. Quel problema che hai risolto mentre altri si arrendevano non è una cosa che fanno tutti.

Nessuno può fare questa analisi da solo. Siamo troppo dentro le nostre storie. Abbiamo punti ciechi che non sappiamo di avere.

A volte scopri che quello che pensavi fosse il tuo superpotere è solo una strategia di sopravvivenza. A volte scopri che quello che nascondevi per imbarazzo è esattamente ciò che ti rende riconoscibile.

Ma si parte da lì. Non certo da quello che vorresti essere ma da quello che sei oggi.

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