Quello che ho imparato sulla comunicazione tra il primo e il quinto piano
La settimana scorsa sono andata alla riunione di condominio. Ci ho provato, a delegare quello del terzo piano, ma alla fine ha vinto il senso civico.
E mentre ascoltavo due condomini interrompersi a vicenda per l’ennesima volta, quando invece avrei potuto essere a casa a guardare Netflix, ho pensato che è proprio vero quello che diceva Stephen Covey: la maggior parte delle persone non ascolta con l’intento di capire, ascolta con l’intento di rispondere.
Nei meeting online per essere visibili ci si sente in obbligo di commentare, e lo schermo sfasa i tempi, così ci si ritrova in tre a parlare nello stesso momento e nessuno cede la parola.
Offline vediamo il linguaggio del corpo e non c’è il rischio del wifi che salta, ma le barriere mentali restano. Così ai colloqui ascoltiamo già pensando a cosa rispondere, e spesso nascono equivoci perché non ci fermiamo abbastanza per capire di cosa parla l’altro.
Partecipiamo agli eventi non per sentire gli speaker, ma per intercettarli dopo e strappare un contatto.
Alle riunioni siamo ansiosi, e così parliamo sempre noi per non sembrare ansiosi, senza pensare che per mascherare l’ansia finiamo per sembrare innamorati del suono della nostra voce.
Una volta, dopo un congresso, stavo prendendo un caffè con uno degli ospiti. Stavamo parlando del suo intervento, che mi aveva colpita. È arrivata una terza persona che ha subito monopolizzato la conversazione. Non ho potuto conoscere meglio l’ospite, ma nemmeno lui, perché non mi ha lasciato il tempo di una domanda.
Eppure tutti vogliamo il contrario, nelle relazioni: qualcuno che ci ascolti con interesse, senza giudizio, senza parlarci sopra per dire la sua.
Una ricerca del 2018 pubblicata sulla Harvard Business Review ha analizzato oltre 600 feedback dati da manager ai loro collaboratori. Nel 38% dei casi la performance peggiorava dopo il feedback, fosse esso negativo o positivo.
Cosa avevano in comune quei casi? Il manager non lasciava spazio di replica per esporre il proprio punto di vista.
Ora, cercando su internet si trovano decine di tecniche di ascolto attivo. Ripeti le frasi dell’altro parafrasandole. Metti il cellulare fuori vista. Mantieni il contatto visivo.
Utili, forse, se l’obiettivo è far sentire l’altro ascoltato. Ma se l’obiettivo è ascoltare davvero, funziona solo una cosa: un autentico interesse per chi hai davanti.
Quando siamo genuinamente curiosi di quello che l’altro ha da dire, ascoltare diventa facile. Non serve sforzarsi. E se abbiamo qualcosa da dire anche noi, bene. Se non l’abbiamo, bene lo stesso. Non è obbligatorio rispondere. Quello che volevamo era conoscere lui.
Tornando al condominio: i due che litigavano non mi incuriosivano proprio. In compenso la signora del piano terra aveva dei bellissimi occhiali rossi. Le ho chiesto il marchio e adesso so che ha un figlio a Sanremo e un altro a cui mancano due esami alla tesi, e conosco la sua ricetta per le frittelle di mele.
Buonissima scoperta in vista del carnevale.
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Sono Valentina Gherardi, lavoro con imprenditori, figure executive e professionisti senior per costruire strategie di personal branding che rafforzano il posizionamento, generano riconoscibilità e aprono nuove opportunità professionali.
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