Personal branding: (ri)partiamo dalle basi

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Ogni tanto serve fermarsi, togliersi dai calderoni e ripartire dai fondamentali. Vale per tante cose e vale anche nel lavoro, nel mio caso nei confronti del personal branding. Non perché ci sia qualcosa di straordinario da scoprire, ma perché è facile perdere di vista il proprio focus quando in tanti parlano delle stesse cose.

Con questo articolo scelgo di farlo tornando alle basi che conosco, che continuo a studiare, osservare, mettere in pratica. Rispetto al personal branding, riparto affrontando subito i pregiudizi; aspetti apparentemente duri a morire, ma che poi decadono di fronte alla messa a terra delle buone pratiche.

  1. Il personal branding è roba da narcisisti e da influencer.
  2. Il personal branding vuol dire scegliere una bella foto profilo e postare di più.

In realtà, se lo riportiamo alle basi del branding (quello vero), il concetto è molto più semplice e, al tempo stesso, molto più serio. Un brand è ciò che orienta la scelta. Lo riesce a fare non perché piace, ma perché é in grado di creare fiducia e riconoscibilità.

E allora voglio partire poprio da qui; da cos’è un brand prima ancora di arrivare al personal.

Era il 2021 e partecipavo ad una masterclass di Seth Godin (lo seguivo da anni, ma ascoltarlo dal vivo era un’altra cosa). Ricordo che per tutta la durata del suo intervento ha insistito sul fatto che un brand non è un logo e non è uno slogan. È un insieme di aspettative, ricordi, storie e relazioni. Un concetto quasi scontato per chi conosce la materia. Ma poi ha aggiunto:

Il brand è intangibile. È emotivo. È umano. Ed è proprio questo che fa la differenza quando la qualità tecnica dei prodotti è sostanzialmente paragonabile.

Ecco, quella frase corrisponde esattamente a ciò che vedo accadere ogni giorno nel mondo professionale: le competenze si equivalgono, i titoli pure, le certificazioni anche. Ma ciò che resta impresso è come ti percepiscono, la sensazione che lasci e il motivo per cui qualcuno sceglie te e non un altro.

Cos’è il personal branding (davvero)

Qualche settimana fa, quindi a distanza di 5 anni, seguendo un webinar di William Arruda, ho sentito un’altra frase che si è incastrata perfettamente con la prima:

“What makes you unique makes you successful”.

Non è una gara a chi si conforma meglio. È capire cosa rende te diverso da tutti gli altri che fanno esattamente il tuo stesso lavoro. Ora prova a tornare su, all’affermazione di Seth Godin, e sostituisci ‘prodotto o servizio’ con ‘professionista’. Cambia tutto, vero?

Quando competenze e titoli si assomigliano (e fidati, si assomigliano sempre più) ciò che orienta la scelta tra le persone è la percezione di affidabilità, di valore, di riconoscibilità. È il brand.

Ed è per questo che il personal branding non è tutto fuorchè aria fritta. Tantomento non è narcisismo, non è postare di più, e non è essere ovunque. È capire cosa rappresenti professionalmente e rendere quella rappresentazione il più coerente e riconoscibile possibile.

I 3 pilastri di un buon personal brand

Se dovessi spiegare da zero su cosa si regge un buon personal brand, non partirei dai contenuti. Partirei da quelli che vengono definiti pilastri: Scopo, Posizionamento, Personalità.

  1. Scopo. Lo Scopo non è una frase ispirazionale da mettere in bella mostra sulle bio dei social o sul muro del tuo ufficio. È la risposta alla big domanda: perché esisti professionalmente, al di là del ruolo? Qual è la direzione che dai al tuo lavoro? È il modo in cui vuoi cambiare le cose in meglio e la direzione che dai al tuo lavoro. Tradotto in versione business: qual è l’impatto che vuoi lasciare su clienti, team, mercato?
  2. Posizionamento. Qui si torna con i piedi per terra. Il posizionamento è chi servi, con quale promessa, e perché tu sei l’opzione migliore rispetto alle alternative. Non serve piacere a tutti ma serve essere chiari per qualcuno. Perché sai, un personal brand che funziona è estremamente selettivo. Fa scegliere, da entrambe le parti coinvolte.
  3. Personalità. La personalità è il tuo fil rouge. Il tono, il tipo di energia, l’emozione con cui le persone ti associano. Credo che dei 3 pilastri, la personalità sia quello più complesso perché ha il compito di tenere insieme progetti e comunicazione. Un piccolo esempio per chiarire il concetto: nel momento in cui la personalità non è stabilita, i clienti ricevono messaggi contrastanti e fanno fatica a connettersi… lascio a te la conclusione.

E arriviamo all’immagine che, sì conta, ma non può essere il punto di partenza, altrimenti rischia di essere bella e vuota. Se vuoi (ri)partire dai fondamentali, fermati e rispondi a queste domade:

1. Scopo: in una frase, qual è l’impatto che porti?

2. Posizionamento: chi è il tuo cliente/pubblico ideale e perché dovrebbe scegliere te?

3. Personalità: qual è il tuo fil rouge? Che sensazione lasci quando lavori con qualcuno?

Se una di queste risposte è vaga, non è un problema ma un punto su cui ora puoi lavorare. Anche perché, se lo lasci in sospeso, stai pur certo che prima o poi qualcosa si incepperà…

A partire dai tanto agognati contenuti che inevitabilmente darai in pasto all’AI.

Ti è piaciuto l’articolo?

Se ti riconosci in queste frasi allora sei nel posto giusto. Lavoriamo insieme sul tuo posizionamento, partendo dai fondamentali, non dai numeri. Se vuoi capire se questo tipo di lavoro può fare per te, puoi scrivermi direttamente da hello@valentinagherardi.com : sarà una prima conversazione, senza impegno, per mettere a fuoco priorità e margini di intervento.

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