Perché la credibilità crolla per quello che ometti

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Buona parte del mio lavoro si concentra nell’analisi della comunicazione professionale. Anche perché prima di costruire qualcosa, bisogna capire cosa c’è già, come funziona, dove si inceppa.

Uno dei contenuti che incontro spesso è il post del premio, dove generalmente si parla del riconoscimento conquistato o del traguardo raggiunto.

In questo tipo di contenuti spesso e volentieri viene omesso il team che ha lavorato al progetto. Il collega che ha tenuto in piedi la parte operativa o le condizioni che hanno reso possibile quel risultato. Un bel racconto pulito, lineare, ed ovviamente tutto in prima persona.

Quando lo faccio notare, la reazione quasi sempre è di sorpresa. Oh, non se n’erano accorti.

Fritz Heider lo aveva già descritto nel 1958; la mente tende a mettere un filtro automatico alla realtà, per proteggere l’immagine che abbiamo di noi stessi. I successi diventano il risultato delle nostre capacità, i fallimenti scompaiono dal racconto o diventano colpa delle circostanze.

Il meccanismo lavora in modo subdolo, e la persona che pubblica quel post è spesso in perfetta buona fede. Non a caso Heider chiamava questo comportamento psicologia ingenua.

Certo, esiste la degenerazione di questo atteggiamento, l’attribuzione interna esclusiva: ho fatto tutto io, il contesto non conta, il team era un accessorio. Capita più spesso ai vertici, in chi ha un ego strutturato intorno al proprio ruolo.

Tristemente, però, la reazione del lettore è la stessa sia che si trovi davanti la forma aggressiva o quella, appunto, ingenua.

Perché chi legge, soprattutto chi conosce il settore, ha un’altra versione della storia. Sa chi era in sala, chi ha fatto cosa.

E quando la storia non coincide proprio con quello che sa, smette di crederci, e la colpa, per restare in tema, è sempre della mente. In particolare del bias attore-osservatore, che mentre spiega il nostro successo con meriti interni, e le nostre mancanze con fattori esterni, ai comportamenti altrui mette il filtro opposto.

Se io arrivo in ritardo, è colpa del traffico; se è in ritardo un mio dipendente, è il solito disorganizzato. Se quello stesso dipendente ha dimenticato di citarmi nel post che celebra la sua promozione, anche se la lettera l’ho firmata io, deve essere in malafede.

In entrambi i casi la credibilità non crolla per quello che viene detto, ma per quello che viene omesso.

La comunicazione professionale non è una celebrazione di sé. Piuttosto una rappresentazione pubblica di come lavori, di come pensi, di come ti relazioni con le persone intorno a te.

Un premio vinto con la tua squadra e raccontato in prima persona singolare dice qualcosa, anche se non era questa l’intenzione. Chi conosce il contesto, osserva. E quando osserva, aggiusta la stima di conseguenza.

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