Abbiamo uno strano rapporto con la coerenza. La invochiamo quando qualcuno cambia idea, la usiamo per giudicare gli altri e la confondiamo spesso con la rigidità, come se essere coerenti significasse restare uguali a se stessi anche quando il contesto cambia o le ambizioni diventano più alte.
Eppure non riuscire a cambiare idea non è un valore, semmai, è un limite. Penso a chi guida un’impresa o un team… dovrebbe saper tornare sui propri passi quando la realtà lo richiede.
Churchill, a cui viene spesso attribuita la frase sull’“indigestione” provocata dal rimangiarsi le proprie parole, lo diceva in modo più sottile: nel corso della vita gli era capitato spesso di doverlo fare, e l’aveva sempre trovata una dieta salutare.
La coerenza, quindi, è tutto fuorché immobilità. Piuttosto, è saper riconoscere il cambiamento e far si che questo non venga letto dagli altri come dispersione o improvvisazione.
Questa distinzione è di rilievo soprattutto per chi ha già una lunga carriera alle spalle, magari accompagnata anche da una traiettoria non sempre lineare. Perché, in un’ottica di posizionamento, rendere leggibile il filo che tiene insieme i passaggi, le scelte o la direzione che abbiamo intrapreso conta molto di più che dimostrare di essere rimasti sempre uguali.
Faccio alcuni esempi.
Un manager che ha attraversato settori diversi; un consulente che ha evoluto il proprio perimetro; un professionista che sta entrando in una nuova fase della sua carriera. Ognuno di loro, a un certo punto, si confronterà con la stessa domanda: come faccio a non sembrare dispersivo?
Michael Spence, economista e premio Nobel, ha elaborato negli anni Settanta la teoria dei segnali. In estrema sintesi: in condizioni di informazione imperfetta, le persone prendono decisioni interpretando i segnali.
Non possono sapere tutto di te, quindi leggono gli indizi come il titolo che usi, le parole che scegli, i contesti in cui appari, le persone con cui interagisci, gli eventi a cui partecipi, i temi su cui torni, il modo in cui rispondi e anche ciò che non dici.
Il mercato non ha il tempo di studiare la tua biografia per intero e tantomeno ricostruisce con pazienza ogni passaggio della tua carriera. Non collega automaticamente le esperienze che per te sono ovvie, ma osserva i segnali e prova a trarne una conclusione.
Se i segnali sono casuali, la percezione sarà debole. Ma se i segnali sono coerenti, la percezione inizia a stabilizzarsi.
Da ciò nasce un altro equivoco, pensare che la coerenza riguardi solo il tono o l’immagine. Ad esempio, avere sempre gli stessi colori, usare le stesse parole, pubblicare con lo stesso stile e mantenere un’estetica ordinata.
Per carità, tutto utile, ma un po’ riduttivo.
La coerenza è la relazione tra ciò che sei, ciò che dici, ciò che fai e ciò per cui vuoi essere riconosciuto.
Se questa relazione non è chiara, la tua comunicazione può essere anche elegante e formalmente corretta, ma resta puramente decorativa.
Penso a una figura executive che parla di innovazione, ma non mostra mai quale visione ha del cambiamento, e la sua attività si limita alla sola produzione di contenuti.
Penso a quel consulente che parla di strategia, ma interviene su tutto ciò che accade nel dibattito pubblico.
E penso anche al professionista che racconta molti risultati, ma non chiarisce mai quale competenza trasferibile rappresentano.
Questo per dire che orientare gli altri, attraverso una comunicazione coerente e consapevole, è una delle funzioni più sottovalutate del personal branding.
E oltretutto comporta anche pagare un prezzo.
Rinunci a molte possibilità di comunicazione, evitando di intervenire su temi che magari ti interessano, ma non rafforzano la tua posizione. Talvolta eviti tutti quei contenuti potenzialmente forti, ma troppo laterali rispetto al tuo perimetro. E arrivi anche a non inseguire ogni conversazione solo perché sta funzionando.
A tutta questa rinuncia corrisponde però una ricompensa. Ti evolvi senza dispersione, ampli il tuo raggio senza perdere centro e attraversi fasi diverse mantenendo una netta riconoscibilità.
In fin dei conti, la coerenza è fare in modo che il tuo pubblico non debba tirare a indovinare chi sei diventato. Glielo hai reso leggibile.
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