Come rendere nuovamente leggibili esperienza, competenze e direzione professionale nei momenti di cambiamento.
Nel primo semestre del 2026 ho lavorato con alcuni professionisti alle prese con passaggi molto diversi nelle rispettive carriere.
C’è stata Sara – nome di fantasia – che, dopo aver trascorso quasi venticinque anni nella stessa azienda, stava valutando di cambiare lavoro. Come riuscire a far capire al mercato chi fosse al di fuori del ruolo e dell’organizzazione con cui era stata identificata per così tanto tempo?
Poi c’è stato Luca – anche questo è un nome di fantasia – che, dopo una lunga carriera manageriale all’estero all’interno di grandi multinazionali, aveva scelto di intraprendere la strada della consulenza, sempre fuori dall’Italia.
Ben presto si era accorto che quella scelta non coincideva con gli obiettivi che si era prefissato. A questo si aggiungevano alcune esigenze familiari che rendevano necessario valutare il rientro in Italia e, di conseguenza, individuare una nuova direzione professionale.
Nei percorsi di outplacement e di transizione di carriera, il personal branding non sostituisce l’orientamento professionale, il coaching o il lavoro di selezione. Interviene sulla capacità di riconoscere ciò che è stato costruito e di renderlo comprensibile a interlocutori diversi da quelli abituali.
Quando una fase professionale offusca l’intero percorso
Senza entrare in ambiti che non appartengono alla mia professione, il lavoro consiste nel riportare in luce ciò che una fase di incertezza può aver offuscato: il patrimonio professionale costruito nel tempo, il contributo portato nei diversi contesti e ciò che può essere trasferito in una nuova direzione.
Una scelta che non ha prodotto gli esiti attesi può diventare la lente attraverso cui si rilegge tutto il resto. Una difficoltà contingente finisce così per pesare come un giudizio sull’intero percorso professionale.
Le competenze non vengono necessariamente meno. Può indebolirsi, invece, la fiducia nella possibilità di utilizzarle con efficacia in un contesto nuovo.
La reazione più frequente è quella di isolarsi, per paura di dare l’impressione di chiedere aiuto. Come se chiedere aiuto fosse un’ammissione di debolezza o rendesse ancora più evidente una condizione di fragilità.
La perdita di un ruolo o il mancato successo di una scelta professionale non cancellano, però, quanto è stato costruito nel tempo. Cambia la condizione lavorativa, non necessariamente la capacità di assumersi responsabilità, risolvere problemi, guidare persone e produrre risultati.
«Nell’economia della conoscenza, il successo arriva a chi conosce sé stesso: i propri punti di forza, i propri valori e il modo in cui lavora meglio.»
Peter F. Drucker, Managing Oneself
Rendere leggibile il patrimonio professionale
Questa consapevolezza non è scontata e riconoscere il proprio patrimonio è soltanto il primo passaggio. Il secondo consiste nel selezionarlo, ordinarlo e tradurlo in una proposta professionale comprensibile, coerente con la direzione scelta.
Durante una transizione, identità professionale e percezione esterna possono non coincidere.
La persona può sentirsi pronta per una responsabilità diversa, mentre il mercato continua a collocarla nel ruolo, nel settore o nell’organizzazione che hanno caratterizzato il suo passato. Oppure può avere piena consapevolezza delle proprie competenze, senza riuscire a spiegare come possano essere applicate in un contesto differente.
Queste discontinuità possono generare dubbi, obiezioni o letture imprecise. Una strategia di posizionamento e comunicazione aiuta a prevederle, contestualizzarle e rendere credibile il percorso che si intende intraprendere.
Si parte da una lettura puntuale del modo in cui la persona ha lavorato e del contributo portato nei diversi contesti, affinché emerga il filo distintivo della sua traiettoria professionale: ciò che può essere trasferito, reso rilevante e riconosciuto dai nuovi interlocutori.
Comunicare di essere alla ricerca di un’altra opportunità non è sufficiente. Occorre chiarire quale contributo si è nella condizione di offrire, a quali interlocutori e in quale tipo di scenario.
In questo contesto, il personal branding serve a mettere in relazione esperienza, competenze, reputazione e nuova direzione professionale.
Liberarsi dalle categorie del passato
Le esperienze di Sara e Luca, come molte altre, mi hanno confermato quanto il personal branding possa essere utile nei percorsi di outplacement, riposizionamento e transizione di carriera.
In alcuni casi, ciò che è stato costruito deve essere aggiornato, riqualificato o riconvertito. In altri, deve essere liberato dalla categoria nella quale la persona continua a essere collocata sulla base del proprio passato.
È un passaggio particolarmente delicato per chi ha lavorato a lungo nella stessa organizzazione, ha ricoperto ruoli fortemente identificativi o ha costruito la propria reputazione all’interno di un contesto che non è più quello nel quale intende operare.
Il percorso precedente non deve essere cancellato né ridimensionato. Deve essere riletto alla luce della direzione successiva, individuando gli elementi che conservano rilevanza e possono sostenere una collocazione diversa.
LinkedIn, curriculum e network arrivano dopo
Il profilo LinkedIn, il curriculum, la lettera di presentazione, i contenuti e la costruzione del network arrivano dopo.
Sono la traduzione operativa di un posizionamento già definito, non il suo punto di partenza.
Intervenire direttamente sugli strumenti, senza avere prima chiarito la direzione, produce spesso materiali formalmente corretti ma poco utili: curriculum che accumulano esperienze senza stabilire una gerarchia, profili LinkedIn che restituiscono identità professionali troppo ampie, contenuti che sovrappongono obiettivi differenti.
Prima occorre stabilire come la persona debba essere riconosciuta, da quali interlocutori e sulla base di quali elementi del proprio percorso.Gli strumenti possono così sostenersi a vicenda e restituire una lettura coerente della persona, invece di limitarsi a documentarne il passato.
Il 12 giugno scorso, qualche mese dopo la conclusione del nostro percorso, Luca mi ha scritto. Ne riporto un estratto anonimizzato:
«Ho firmato un nuovo contratto con XX. Ho fatto il primo colloquio a febbraio e il tuo aiuto è stato prezioso. Martedì mi trasferisco definitivamente in Italia. Sono riuscito anche a vendere in xxx e a comprare casa in Italia.»
Ti è piaciuto l’articolo?
Sono Valentina Gherardi consulente di Personal Branding strategico per manager, executive e professionisti senior. Ex Marketing Manager, lavoro sul rapporto tra identità professionale, posizionamento e reputazione di coloro che hanno già costruito una traiettoria e vogliono renderla leggibile per nuove opportunità e nuovi interlocutori. Se vuoi saperne di più scrivimi qui