Mi rendo conto che sia poco seducente dire a qualcuno che sta lavorando al proprio posizionamento, magari dopo aver avuto una buona intuizione e scritto qualche post ben riuscito, che quello è solo l’inizio.
Eppure è così.
Il posizionamento diviene reputazione nel momento in cui è sostenuto abbastanza a lungo da essere riconosciuto anche dagli altri.
A questo punto entra in gioco una parola molto meno brillante di tante altre, disciplina.
Spesso presentata come una qualità quasi eroica (ti svegli presto, lavori più degli altri, sacrifichi tutto, mantieni ritmi impossibili…) è riconducibile ad un’immagine molto vendibile e che trovi ovunque, dai libri sulla produttività ai post dei founder, fino ai video motivazionali girati alle cinque del mattino.
Ma quella non è disciplina, o almeno, non è la parte più interessante.
La disciplina è la capacità di restare dentro un lavoro quando ha smesso di produrre dopamina.
Anders Ericsson, lo psicologo che ha studiato a lungo l’eccellenza e la pratica deliberata, ha dimostrato che non si diventa bravi semplicemente ripetendo un’attività per anni. Si migliora quando si lavora intenzionalmente su ciò che ancora non funziona, con attenzione, fatica cognitiva e continuità.
Non diventerai riconoscibile perché pubblichi spesso e, tantomeno, non diventerai autorevole perché hai una headline migliore.
Non diventerai un riferimento perché per tre settimane hai prodotto contenuti molto curati, ma diventerai riconoscibile quando il mercato inizierà ad associare il tuo nome a una posizione ben precisa.
Io credo molto nella disciplina, anzi ho imparato a crederci e praticarla negli anni, nell’imparare a scegliere alcuni temi e presidiarli abbastanza a lungo da permettere agli altri di capirmi.
È rinunciare alla tentazione di cambiare direzione ogni volta che qualcosa performa meno del previsto e accettare che alcuni messaggi debbano essere detti più volte, da angolazioni diverse, prima di diventare riconoscibili.
La vogliamo chiamare disciplina reputazionale? Ma sì.
E ti fa trasformare ciò che sai, ciò che hai vissuto e ciò che rappresenti in una presenza leggibile nel tempo. Certo, non ti dà l’impressione di avanzare velocemente e non produce sempre segnali visibili.
Ma è altrettanto certo che costruisce una cosa molto più preziosa, la fiducia cumulativa, ovvero ciò che, a un certo punto, fa accadere qualcosa di utile per te.
Un invito, una candidatura, una segnalazione, una proposta o una conversazione che parte già da un livello diverso, perché l’altra persona ha avuto i segnali giusti per collocarti.
La disciplina non fa notizia, ma fa reputazione… Direi che non è male come risultato.
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Sono Valentina Gherardi, consulente in Strategia di Personal Branding per professionisti senior e figure apicali. Se vuoi rendere la tua comunicazione più coerente e riconoscibile, scrivimi a hello@valentinagherardi.com