21 cose che ho imparato lavorando al mio personal branding

Indice

Dopo anni di lavoro sul mio personal brand, la lezione più importante è forse questa: non si tratta di essere sempre visibili, ma di essere riconoscibili per le ragioni giuste. In questo articolo raccolgo 21 lezioni maturate lavorando sul mio posizionamento, sulla mia reputazione professionale e sulla mia presenza online.

Forse perché, per me, è sempre stato prima di tutto un lavoro di chiarezza mirato a capire chi sono professionalmente, cosa voglio presidiare, per chi voglio essere rilevante e quale percezione desidero costruire nel tempo.

In questi sei anni il mio personal brand è cambiato con me e cresciuto di pari passo all’esperienza, ai clienti che ho seguito, ai progetti che ho scelto e anche a quelli che ho rifiutato.

Non è stato un percorso lineare, né sempre semplice. Ci sono stati tentativi, errori, ripensamenti, periodi di grande continuità e momenti in cui ho scelto consapevolmente di rallentare.

Questo articolo nasce da ciò che ho imparato lavorando sul mio brand personale e osservando, giorno dopo giorno, cosa funziona quando l’obiettivo è costruire una buona reputazione e un posizionamento professionale riconoscibile.

1. Investire nella propria formazione

La formazione è una condizione permanente.

Studiare, aggiornarsi, osservare cosa cambia nel proprio settore e nei settori vicini. Nel mio caso significa restare aggiornata su tanti temi che vanno dalla comunicazione al marketing, ma anche su ambiti apparentemente distanti come intelligenza artificiale, psicologia, sociologia, dinamiche reputazionali ed evoluzione delle piattaforme.

Chi lavora sul proprio personal branding non può permettersi di comunicare sempre nello stesso modo, ignorando come cambiano linguaggi, contesti, aspettative e comportamenti delle persone.

2. Allenare il pensiero laterale

Non sempre la strada più evidente è quella più utile; a volte serve collegare elementi lontani, leggere segnali deboli, prendere decisioni non convenzionali, scegliere direzioni che all’inizio sembrano meno immediate ma che nel tempo si rivelano più coerenti.

Il pensiero laterale, per me, è diventato non limitarsi a fare la prossima cosa giusta secondo uno schema già visto, ma allenarsi a trovare una soluzione più propria, strategica e aderente al punto in cui vuoi arrivare.

3. Non dare per scontato il proprio valore

Quello che per te è ovvio, per gli altri spesso non lo è. Il modo in cui leggi un problema, il metodo con cui arrivi a una soluzione, le connessioni che fai tra elementi diversi; tutto questo ha valore, ma non sempre è immediatamente visibile. Ho imparato io stessa a raccontare questo lavoro per rendere comprensibile una competenza troppo spesso fraintesa.

Anche perchè, se non lo spieghi tu, difficilmente lo farà qualcun altro al posto tuo.

4. Gestire presenza e disponibilità

Ci sono periodi in cui la professione assorbe tutto. Arrivano progetti importanti, scadenze, responsabilità nuove e clienti che richiedono attenzione piena.

In quei momenti scrivere un post a fine giornata solo perché bisogna esserci può diventare controproducente. Meglio fermarsi un attimo, portare a termine il lavoro che va fatto e poi riprendere in mano la comunicazione con più presenza mentale (anche perchè meglio 4 post al mese scritti bene, che 10 scritti con i piedi).

Questo vale anche nella relazione con gli altri, perché se è vero che essere disponibili è importante, esserlo sempre è un problema.

La reperibilità continua crea aspettative difficili da sostenere e, alla lunga, abbassa anche la qualità del lavoro. Ogni professionista dovrebbe imparare a mettere confini prima di sentirsi travolto: orari, canali, tempi di risposta, modalità di lavoro.

5. Parlare in contesti più piccoli, selezionati e profilati

In questi anni non sono mancate le candidature come speaker, anche per eventi piuttosto noti. Sono state poche, ma ci sono state; e sono stata rimbalzata più di una volta.

A un certo punto mi sono resa conto che molti grandi eventi, almeno nel mio settore, funzionano spesso come circuiti chiusi in cui ruotano gli stessi nomi, gli stessi volti e le stesse dinamiche. Insomma, come diciamo Roma, gli stessi carrozoni.

Così ho smesso di tentare di salirci ed iniziato a guardare altrove. Ho scelto contesti più piccoli, meno rumorosi, ma molto più profilati: aule, tavoli, percorsi, eventi con pubblici selezionati e realmente vicini al mio target di pubblico.

Non ho avuto il clamore mediatico, ma ho costruito relazioni di cui vado orgogliosa, conversazioni più qualificate e, in molti casi, nuovi clienti.

6. Comunicare anche scegliendo cosa tenere fuori

Ci sono tanti aspetti che meritano di essere tutelati, da quelli personali a quelli professionali. Il fatto che qualcosa possa essere raccontato non significa che debba esserlo.

La domanda non è solo: “posso dirlo?” ma : “sono in grado di gestire ciò che questa comunicazione può generare dopo?”.

Ogni contenuto apre una conversazione, orienta una percezione, attiva aspettative… e non tutte le conversazioni sono necessarie. Lo stesso vale per le parole che scegliamo. Ci sono termini che negli ultimi anni sono stati voracemente consumati: autenticità, valore, responsabilità, visione, impatto.

Sono parole diventate fragili, che vanno maneggiate con attenzione e dimostrate nei comportamenti, nelle scelte, nel modo in cui lavori, nei confini che metti, nei progetti che accetti e in quelli che lasci andare.

7. Capire quali sono i social principali e quali quelli secondari

Non tutte le piattaforme hanno lo stesso peso nella tua strategia.

C’è un canale principale, quello in cui il tuo pubblico è più presente, più disposto ad ascoltarti e più vicino alle tue opportunità professionali. Quel canale va presidiato con metodo e continuità. Il resto può esistere, ma a cascata.

Nel mio caso LinkedIn e questo sito hanno avuto e continuano ad avere un ruolo centrale, perché sono i luoghi in cui il pubblico professionale si informa, osserva, valuta e decide se approfondire.

8. Investire in un blog

Avere una casa digitale propria è un investimento. Le piattaforme cambiano, gli algoritmi cambiano, le abitudini di fruizione cambiano. Un blog, invece, resta uno spazio che puoi controllare, organizzare e far crescere nel tempo.

Il mio blog è nato sei anni fa e oggi raccoglie oltre 150 articoli dedicati al personal branding. È una traccia pubblica del mio pensiero, dell’evoluzione professionale che c’è stata, del modo di leggere la materia (un post vive pochi giorni; un articolo, se scritto bene, può continuare a lavorare per anni).

9. Rifiutare un incarico quando la persona non ti convince

Lavorare con qualcuno che non comprende il tuo approccio, non condivide la tua visione o cerca qualcosa di molto diverso da ciò che puoi offrire diventa spesso faticoso per entrambe le parti.

Tu rischi frustrazione. Il cliente rischia di sentirsi non compreso. Il risultato è un rapporto sbilanciato, in cui il valore del lavoro viene percepito male fin dall’inizio. Il vero lusso professionale è arrivare al punto in cui puoi scegliere anche cosa e chi non accettare.

10. Coltivare relazioni professionali senza doppi fini

Le migliori opportunità che ho ricevuto negli ultimi anni sono arrivate da relazioni costruite senza un obiettivo premeditato. Persone conosciute senza chiedere nulla con cui ancora oggi c’è stima, interesse, affinità professionale…e collaborazioni.

11. Passare la palla quando non puoi giocare quella partita

Non possiamo fare tutto e, soprattutto, non sappiamo fare tutto. Quando una richiesta esce dal tuo perimetro di competenza, la scelta più intelligente non è improvvisare ma coinvolgere un’altra persona, indirizzare il cliente verso chi può aiutarlo meglio, riconoscere con onestà dove finisce il tuo ruolo.

Questa scelta, che potrebbe sembrare bizzarra per alcuni, contibuisce non solo a rafforzare il proprio posizionamento ma ad essere ricordato come il professionista che ha saputo dire “non sono io la persona giusta”, invece di vendere qualcosa a tutti i costi.

12. Ripetere non significa essere ridondanti

Siamo tutti distratti. Vediamo contenuti mentre lavoriamo, scorriamo mentre aspettiamo una call, leggiamo a metà, salviamo cose che poi non recuperiamo più.

Per questo un messaggio importante va ripreso più volte, in momenti diversi, con parole diverse. Se vuoi essere associato a un tema, non puoi nominarlo una volta sola e poi cambiare continuamente direzione.

13. La reputazione si costruisce lentamente e può crollare in un secondo

La reputazione non coincide con quello che dici di te. È ciò che le persone associano al tuo nome o quello che ricordano dopo aver lavorato con te. È ciò che riportano ad altri quando ti raccomandano, ti citano o ti sconsigliano.

Si costruisce nel quotidiano attraverso consegne e pagamenti rispettati, coerenza, puntualità e cura, modo di rispondere, modo di gestire un problema. Proprio perché si costruisce lentamente, va protetta con attenzione.

14. Riconoscere le metriche che servono

Ci sono metriche che gratificano e metriche che aiutano a prendere decisioni. I like, le visualizzazioni e i commenti possono essere utili, ma non bastano per capire se una strategia sta funzionando.

A volte un contenuto apparentemente meno brillante porta una conversazione giusta. Una richiesta qualificata. Un invito. Una proposta. Una relazione che si apre. Imparare a leggere le metriche significa non farsi guidare solo da ciò che è visibile, ma da ciò che genera reale movimento.

15. Accettare che qualcuno sparisca

Succede. Fai una call conoscitiva, c’è sintonia, percepisci interesse. Prepari una proposta, la invii, aspetti. Passa una settimana, poi due, poi tre. Scrivi di nuovo. Silenzio.

Le ragioni possono essere mille: budget, tempi, priorità cambiate, dubbi, paura di decidere, semplice mancanza di educazione professionale.

A un certo punto bisogna chiudere mentalmente la partita e andare avanti… Ho imparato che non tutte le opportunità che sembrano tali lo sono davvero.

16. Non farsi abbindolare dai trend

I trend esistono e vanno osservati, ma sappiamo che osservare non significa inseguire.

Quello che funziona per altri non è detto debba entrare nella tua comunicazione. Anzi, quando tutti iniziano a parlare nello stesso modo, usare gli stessi format, gli stessi toni e le stesse parole (basti vedere i post generati con IA) la differenza spesso sta nel non adeguarsi.

Se tutti sono rossi e tu sei bianco, ti notano. Ma ti notano solo se quel bianco è coerente con chi sei, non se è una posa costruita per distinguerti a tutti i costi.

17. Far evolvere il brand insieme alla propria crescita professionale

Parto dal presupposto che il personal brand è un sistema vivo, cambia quando cambi tu. Con il tempo la tua esperienza cresce, il tuo metodo si affina, i clienti che segui cambiano, le tue ambizioni si spostano. Di conseguenza deve evolvere anche il pubblico a cui parli.

Ciò che era adatto cinque o sei anni fa potrebbe non esserlo più oggi, e continuare a comunicare allo stesso target solo per abitudine rischia di trattenerti in una percezione che non ti rappresenta più.

Se accorgersi che il vecchio messaggio non è più allineato con ciò che sei diventato è il primo passo, avere il coraggio di aggiornare il racconto, senza perdere coerenza è il successivo.

18. Scrivere, scrivere e ancora scrivere

Se rileggo alcuni contenuti pubblicati anni fa, a volte penso: “davvero scrivevo così?”.

Sì, scrivevo così ed è normale. La scrittura migliora scrivendo, pubblicando, rileggendo, correggendo, capendo cosa funziona e cosa no. Non si trova una voce riconoscibile aspettando di essere perfetti. La si costruisce facendo pratica, anche passando da testi acerbi, troppo lunghi, troppo prudenti o troppo simili a quelli degli altri.

19. Chiedersi chi vogliamo essere, restando fedeli a noi stessi

Lavorare sul proprio personal brand comporta un lavoro di introspezione, selezione e direzione. Capire quale parte di sé portare nel lavoro, quale trattenere, quale far crescere. Nel mio caso questa domanda è tornata spesso:

chi voglio essere, professionalmente e umanamente, tra qualche anno?

Sto cercando di risponderle, per diventare una persona e una professionista di cui io possa essere orgogliosa, che mia figlia possa guardare con fierezza e che i clienti possano riconoscere per competenza, attenzione e umanità.

20. Capire il rapporto tra posizionamento, percezione e valore economico

Il prezzo di un professionista non è solo un numero, ma il risultato del posizionamento che lo sostiene, della percezione che genera, della reputazione che ha costruito e del tipo di problema che è in grado di risolvere.

Quando messaggio, autorevolezza e coerenza sono chiari, i clienti giusti capiscono il valore prima ancora di parlare di costi. Ciò non significa che tutti saranno disposti a investire ma che chi è nel target giusto avrà più elementi per capire perché quel lavoro ha quel valore.

21. Un messaggio, un obiettivo

Nella comunicazione serve ordine, ecco perchè ogni contenuto dovrebbe avere un solo obiettivo e un messaggio principale. Se gli obiettivi diventano tre, quattro o cinque, il contenuto perde forza.

  • Vuoi raccontare un risultato? Fallo.
  • Vuoi spiegare un concetto? Fallo.
  • Vuoi aprire una riflessione? Fallo.

Ma se provi a fare tutto nello stesso post, spesso ottieni solo un testo allungato, poco memorabile e più difficile da comprendere.

Ti è piaciuto questo articolo?

Se stai lavorando sul tuo posizionamento professionale e vuoi capire se la tua presenza online comunica davvero il valore che porti, puoi partire da un audit del tuo personal brand. Scrivimi qui hello@valentinagherardi.com sarò felice di leggerti.

APPUNTI DEL BLOG

Vuoi approfondire altri contenuti?