Un personale rifiuto dell’omologazione

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Da bambina giocavo a calcio. Stavo sempre con i miei amici maschi e ogni tanto buttavo l’occhio verso le mie amichette intente a giocare con le Barbie, ma io lì, in mezzo alla terra e alle ginocchia sbucciate, mi divertivo troppo.

Amavo anche curare il pezzetto di orto che mia nonna mi aveva preparato. Sentivo che non era esattamente ciò che ci si aspettava da una bambina, ma la sensazione di libertà era più forte.

Più avanti, al liceo, le mie compagne leggevano Cioè e io leggevo Il giardino segreto. Ci ho anche provato a comprarlo, Cioè, ma lo trovavo di una noia bestiale.

Il sabato pomeriggio si andava in discoteca e io pensavo che sarei stata meglio al lago, a pescare. Non c’era niente di eroico in tutto questo; non ero una bambina “speciale”, non avevo una consapevolezza particolare, e di certo non stavo facendo una battaglia contro il sistema. Stavo solo seguendo quello che sentivo più mio.

Eppure, già allora, vedevo che ogni scelta diceva qualcosa di me agli occhi degli altri. Che alcune cose ti fanno rientrare nel gruppo e altre ti mettono leggermente di lato.

Che esiste un modo previsto di essere bambina, ragazza, donna, professionista. E che da quel modo previsto, se ti sposti troppo, qualcuno prima o poi te lo fa notare.

Ma io in una casella preimpostata non ci sono mai voluta stare. Ho sempre avuto una forma di rifiuto quasi fisico per le etichette, per il conformismo, per le strade troppo già apparecchiate. Anche quando sarebbe stato più furbo adattarmi. Anche quando somigliare agli altri mi avrebbe fatto risparmiare tanta fatica.

Tredici anni fa questa sensazione è diventata una scelta. Ho lasciato un contesto che mi faceva sentire inadeguata e non perché non fossi capace di starci, ma perché, per starci, avrei dovuto diventare piccola piccola.

Avrei dovuto accettare una versione di me più comoda da leggere per gli altri, ma meno vera per me. Questa cosa, oggi, la ritrovo continuamente nel mio lavoro.

Non è vero che molte persone hanno paura di esporsi. Hanno paura di uscire dal formato in cui il loro settore, la loro azienda, il loro ruolo o la loro storia le hanno collocate.

Il manager che deve sembrare sempre misurato; la consulente che non deve essere troppo netta; l’imprenditore che non può mostrare dubbi.

Così, invece di costruire una presenza riconoscibile, iniziano a correggersi, smussando il linguaggio, togliendo i dettagli ed eliminando ciò che potrebbe creare attrito.

È strano, no? Oggi tutti dicono di voler essere distintivi, ma molti, appena iniziano a comunicare, cercano istintivamente protezione nell’omologazione del gruppo.

In fondo, il gruppo rassicura.

Il conformismo

Lo psicologo Solomon Asch lo ha mostrato bene nei suoi studi sul conformismo; anche davanti a un’evidenza piuttosto chiara, la pressione del gruppo può portarci ad allinearci a ciò che dicono gli altri.

Nel lavoro accade qualcosa di simile, solo in modo meno esplicito.

Non c’è una stanza piena di persone che ti dice quale linea scegliere. C’è il tuo settore, ci sono i tuoi competitor, ci sono i post che funzionano, le citazioni famose che danno sicurezza e le parole tutte uguali.

A un certo punto ti convinci che, per essere credibile, devi suonare come suonano tutti. Ma così, dove va a finire quella serie di segnali coerenti che, nel tempo, permette agli altri di riconoscerti?

Qui il marketing ci aiuta (se lo prendiamo sul serio.)

La distintività

Byron Sharp e Jenni Romaniuk hanno lavorato molto sul concetto di distintività: un brand non è forte solo perché promette qualcosa di diverso, ma perché riesce a essere riconoscibile attraverso segnali, codici, associazioni che il mercato impara a collegare a lui.

Nel personal branding vale qualcosa di molto simile.

Non basta dichiarare di essere diversi; bisogna puntare a diventare riconoscibili. E la riconoscibilità non si costruisce copiando il tono medio del proprio settore, né inseguendo l’ennesimo formato che oggi sembra funzionare.

La costruisci quando identità, esperienza, linguaggio, postura, temi, relazioni e scelte pubbliche iniziano a dire la stessa cosa, possibilmente in modo coerente.

Da qui nasce anche la mia resistenza quando sento usare la parola unicità a mo’ di ornamento.

Nel lavoro, è la parte più difficile da reggere perché comporta la responsabilità di accettare che alcune persone ti riconoscano proprio per ciò che ad altre non interesserà, non piacerà o non servirà.

Qualche giorno fa guardavo mia figlia giocare con il fango (la intravedi nella foto di copertina di questo articolo).

Ha due anni ed era completamente immersa in quello che stava facendo. Si sporcava come dovrebbe fare una bambina della sua età, senza preoccuparsi dell’immagine che stava dando di sé.

A un certo punto mi ha guardata e mi ha detto: «Mamma, sono felice.»

Io penso che prima che il mondo inizi a correggerci, noi siamo abbastanza semplici.

Cerchiamo ciò che ci fa sentire vivi, curiosi e presenti. Poi arrivano i codici, le aspettative, le frasi giuste, i comportamenti opportuni e tutti quei modelli da seguire.

Alcuni servono, ma altri diventano gabbie.

La bravura che dovremmo cercare di perseguire è quella di non confondere la forma con lo stampo; di non disperdere ciò che ci rende riconoscibili dentro una comunicazione troppo spesso costruita per assomigliare a qualcos’altro. Perché, pensandoci, il problema da bambina, non era giocare a calcio, sporcarmi con la terra o preferire la campagna alla discoteca. Il problema sarebbe stato imparare troppo presto a vergognarmene.

E oggi, vorrei vedere molti più professionisti sporcarsi, rischiando anche una parola che sia davvero loro.

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Sono Valentina Gherardi consulente di Personal Branding strategico per manager, executive e professionisti senior. Ex Marketing Manager, lavoro sul rapporto tra identità professionale, posizionamento e reputazione di coloro che hanno già costruito una traiettoria e vogliono renderla leggibile per nuove opportunità e nuovi interlocutori. Se vuoi saperne di più scrivimi qui

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