Ho sempre creduto che la parola pronunciata davanti a un pubblico dovesse essere una delle manifestazioni più riconoscibili della nostra personalità. Il linguaggio professionale, anche oggi che l’intelligenza artificiale è entrata stabilmente nei nostri processi di scrittura, continua a dire molto del modo in cui ragioniamo, interpretiamo i fatti e formuliamo le nostre valutazioni.
Durante un recente convegno, ascoltando gli interventi, ho avuto la sensazione che questa dimensione personale faticasse a emergere. Anzi, fosse piuttosto latitante.
Su quel palco c’era il fior fiore di professionisti, con competenze tra le più alte in circolazione, che avrebbero potuto offrire prospettive molto diverse. E invece, a un certo punto, le stesse immancabili parole hanno iniziato a spuntare come funghi (siamo in autunno, sarà il periodo?): abilitatore di competenze, sfida chiave, ecosistema e l’immancabile paradosso.
Così, a forza di ascoltarle, ho cominciato a chiedermi quanto riuscissi effettivamente a riconoscere il pensiero delle persone che avevo lì davanti.
È vero che ogni ambiente professionale ha un proprio linguaggio e condividere certi termini permette di riconoscerci. A forza di sentirli e usarli, però, quelle formule possono diventare una specie di copione implicito, fino a influenzare il modo in cui pensiamo debba parlare una persona che ricopre un determinato ruolo. In questo, l’intelligenza artificiale non ha fatto altro che inserirsi in un’abitudine che avevamo già sviluppato, contribuendo a rafforzarla.
E non è soltanto una sensazione. Uno studio pubblicato nell’agosto 2026 su Nature Human Behaviour, condotto su oltre 880.000 testi e attraverso diversi modelli linguistici, ha rilevato che la riscrittura attraverso l’AI riduce la variabilità nella complessità della scrittura dal 21% fino al 50%. I contenuti rimangono, ma il modo in cui li esprimiamo tende ad assomigliarsi sempre di più.
Del resto, l’AI non ha inventato questo modo di comunicare.
Anche prima della sua diffusione, il linguaggio manageriale era ricco di formule e costruzioni retoriche che permettevano di affrontare argomenti articolati senza necessariamente entrarvi nel merito.
Oggi, però, abbiamo a disposizione strumenti che possono produrre in pochi secondi discorsi fin troppo organizzati e perfettamente compatibili con il registro professionale che ci aspettiamo di trovare in un determinato contesto.
E anche chi non utilizza l’AI può finire per adottare quel linguaggio, semplicemente perché è quello che sente utilizzare abitualmente nel proprio ambiente professionale.
Il risultato è una comunicazione sempre più prevedibile, nella quale persone con conoscenze ed esperienze differenti si ritrovano a presentare il proprio contributo attraverso le medesime strutture espressive.
Il sociologo Erving Goffman, nei suoi studi sulla rappresentazione del sé nelle interazioni sociali, ha mostrato come le persone gestiscano l’impressione che gli altri si formano di loro attraverso i comportamenti e le modalità con cui si presentano nei diversi contesti.
Quando prendiamo la parola davanti a un pubblico, anche il nostro linguaggio contribuisce a costruire quell’impressione.
Torno a quel convegno e ai professionisti che ho ascoltato.
Avrei voluto conoscere qualcosa in più di tutto ciò che, probabilmente, avrebbe reso i loro interventi così diversi l’uno dall’altro per poi tornare a casa con il ricordo non soltanto di ciò di cui si era parlato, ma anche di chi mi aveva aiutato a capirlo meglio.
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Sono Valentina Gherardi, consulente di Personal Branding strategico per manager, executive e professionisti senior. Lavoro al loro fianco sul rapporto tra identità professionale, posizionamento e reputazione, aiutando chi ha già costruito una traiettoria solida a renderla più leggibile per nuovi interlocutori e nuove opportunità. Se vuoi saperne di più scrivimi qui